di Bruno Mastroianni, 3 luglio 2009

Oltre ai problemi che affronterà il G8 dell’Aquila - la crisi economica, le risorse energetiche e i problemi dell’ambiente – ormai da decenni sta affiorando, soprattutto nelle società avanzate, un’emergenza altrettanto degna di interesse: la crisi in cui versa in tutto il mondo occidentale l’istituto del matrimonio.
Nei giorni scorsi l’Agenzia Zenit ha pubblicato un pezzo di John Flynn che prende in rassegna una serie di studi sui costi economici e le conseguenze nefaste a livello sociale dell’attuale diffusione del divorzio e dei fallimenti matrimoniali. Ad esempio uno studio canadese che stima in 7 miliardi di dollari canadesi (4,5 miliardi di euro) i costi sociali del 2005/2006 per la disgregazione delle famiglie. Così come il Centre for Social Justice di Londra che stima a 20 miliardi di sterline l’ammontare dei costi derivanti dai fallimenti matrimoniali nel Regno Unito.
Nei giorni scorsi l’Agenzia Zenit ha pubblicato un pezzo di John Flynn che prende in rassegna una serie di studi sui costi economici e le conseguenze nefaste a livello sociale dell’attuale diffusione del divorzio e dei fallimenti matrimoniali. Ad esempio uno studio canadese che stima in 7 miliardi di dollari canadesi (4,5 miliardi di euro) i costi sociali del 2005/2006 per la disgregazione delle famiglie. Così come il Centre for Social Justice di Londra che stima a 20 miliardi di sterline l’ammontare dei costi derivanti dai fallimenti matrimoniali nel Regno Unito.
Le donne e il matrimonio in crisi: più emancipate ma meno felici
A farne le spese, poi, sono soprattutto le donne: si ritrovano più povere e su di loro ricadono i principali effetti delle separazioni. Come riporta un articolo del Sole 24 Ore secondo studi provenienti dagli USA diversi esperti affermano che le donne del 2000, sebbene più libere, più emancipate, più autonome, siano inesorabilmente meno felici. E uno dei fattori principali di questa infelicità è proprio la crescente atomizzazione della società dovuta in gran parte alla precarizzazione dei legami affettivi, che ha deteriorato la qualità dei rapporti sociali in genere.
La cultura del divorzio
Alla radice di tutto questo sembra proprio esserci quella cultura del divorzio che ormai da diversi decenni ha di fatto cambiato la percezione della famiglia e del matrimonio. È profetico in questo senso ciò che scrisse un giornalista laico come Piero Ottone nel 1964 pronosticando che la legge sul divorzio non avrebbe fatto altro che indebolire il matrimonio in Italia. Cosa che purtroppo si sta realizzando. Basta guardare gli ultimi dati Istat: diminuiscono le “prime nozze”, aumenta l’età degli sposi, aumentano i secondi matrimoni.
La messa in crisi del matrimonio indissolubile
La legalizzazione del divorzio che doveva essere un paracadute per situazioni limite si è nei decenni trasformato in un nemico della stabilità familiare. Sull’Osservatore Romano il teologo Inos Biffi ha pubblicato un’interessante riflessione su come il concetto cristiano di matrimonio indissolubile è stato nella storia una spinta formidabile per la stabilità sociale e l’educazione delle generazioni future. L’affermazione di tale concetto è avvenuta proprio attraverso un cambiamento radicale di mentalità rispetto alle concezioni precedenti, che ha prodotto una vera e propria nuova cultura dei legami tra uomo e donna. Oggi, la messa in crisi di quella “nuova cultura” sta portando conseguenze negative.
Il problema non è solo dei cattolici
Recentemente l'economista Gotti Tedeschi sul Sole 24 Ore ha sostenuto che la vera origine della crisi economica è dovuta al calo di natalità che a partire dagli anni '70 ha caratterizzato i paesi occidentali. Calo che corrisponde pienamente al progressivo indebolimento dell'istituto matrimoniale. Insomma il problema non è solo dei cattolici: di fronte a conseguenze economiche, sociali ed educative, la salute del matrimonio e della stabilità familiare dovrebbe tornare ad essere una priorità per il benessere delle società avanzate.
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