di Pino Ciociola, Avvenire 19.2.09
Bugie, mistificazioni, omissioni: di tutto, di più. E se ciascuno ha diritto di farsi in libertà l’opinione che valuta migliore, quando chi ha responsabilità d’informare mistifica le 'verità' su cui quell’opinione dovrà costruirsi, il risultato sarà inevitabilmente un’idea altrettanto falsata: quale che sia e per quanti la condividano. Proprio ciò che è accaduto spesso negli ultimi otto giorni di vita di Eluana e negli ultimi dieci anni.
L'autopsia: Eluana era sana e forte
Detto che, a voler stilare l’elenco completo delle falsità ascoltate o lette in questa vicenda, non basterebbe un libro, partiamo dalla fine. Dall’autopsia, che ha 'svelato' come Eluana avesse la pelle intatta, nessuna piaga e pesasse poco meno di 53 chili. Le suore che l’hanno assistita per quindici anni (e altri autorevoli testimoni), del resto, hanno sempre raccontato quanto fossero buone le sue condizioni fisiche. E anche il suo neurologo Carlo Alberto Defanti – ancora un paio d’ore prima della morte, lunedì 9 febbraio – ripeteva come, «al di là della lesione cerebrale, Eluana è una donna sana, mai una malattia, mai un antibiotico, probabilmente resisterà più a lungo della media». Del resto un prestigioso quotidiano nazionale, qualche giorno prima, per descriverla parlava di «volto intatto, guance piene, occhi allungati, labbra rosa», spiegando che «è pur sempre bella anche oggi, soprattutto per la pelle, ancora bianca e distesa».
Mistificazioni mediatiche
Stesso prestigioso quotidiano che, sempre da Udine, la descriverà poi – in altri articoli – tanto scarnificata da pesare meno di 40 chili e col volto «piagato dalle lacerazioni che ai vecchi vengono sul sedere o sulla schiena, ma a lei anche in faccia». Più o meno lo stesso faceva un altro quotidiano nazionale altrettanto prestigioso. Un quadro lievemente migliore era stato quello ripetuto varie volte da una giornalista (entrata nella stanza a «La Quiete» il giorno prima della morte), secondo la quale Eluana «è irriconoscibile rispetto alle foto» (scattate venti anni prima, ndr), «completamente immobile» e con «le orecchie che hanno lesioni perché l’unica parte che non si poteva tutelare, deformate, di un colore scuro»: insomma, «una situazione devastante, un impatto emotivamente molto forte».
Mistificazioni mediche
Come dimenticare poi le parole del rianimatore Amato De Monte, capo dell’'équipe' che ha finito Eluana, appena sceso dall’ambulanza sulla quale l’aveva portata da Lecco a Udine? «Questa ragazza è morta diciassette anni fa. Mi sento profondamente devastato. Mi sono trovato davanti una persona completamente diversa dall’immaginario che ognuno di noi si era creato». Non credevano a quanto stavamo ascoltando, noi cronisti lì a Udine. Ed eravamo appena all’inizio di quei giorni. La reazione di suor Rosangela (che nella clinica lecchese per quindici anni ha curato, amato e accudito Eluana) a certe sorprendenti descrizioni? «Non è possibile. Come può essere cambiata così in otto giorni? Verranno pur fuori le cartelle cliniche: basterà andare a leggere l’ultimo bollettino di Defanti prima della partenza da Lecco». È bastata la ricognizione del corpo di Eluana all’inizio dell’autopsia, quella descritta sopra.
Sentenze e decreti
Altro capitolo degno d’attenzioni è quello legale. Nelle dichiarazioni, sui giornali e in tivù, non soltanto giornalisti e commentatori vari, e non soltanto Giuseppe Campeis, legale udinese di Beppino Englaro, parlavano di «sentenza» o «sentenza passata in giudicato», ma addirittura anche il procuratore di Udine Antonio Biancardi e il procuratore generale di Trieste Beniamino Deidda (e anche in questi casi stentavamo a credere). Salvo però trovare accuratamente riportato nei documenti ufficiali – come ad esempio il 'Protocollo' per far morire Eluana – che il pronunciamento della Corte di appello civile milanese era solo un «decreto del 25 giugno 2008», per autorizzare l’«interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale della signora Eluana Englaro». Differenza niente affatto formale e ancor meno sostanziale quella tra sentenze e decreti, visto che per questi ultimi, che sono provvedimenti di volontaria giurisdizione (cioè pronunciamenti d’un giudice non per comporre una lite, ma nell’interesse di uno o più soggetti; quindi il caso di Eluana), l’articolo 742 del Codice di procedura civile dispone che «possono essere in ogni tempo modificati o revocati». Dunque nulla a che vedere con una «sentenza passata in giudicato la cui esecuzione è doverosa», come invece si era affrettato a precisare il procuratore generale triestino la mattina di venerdì 6 febbraio. Domanda: ma la cosiddetta «sentenza» sarebbe stata «doverosamente da eseguire», poiché ormai «passata in giudicato», anche davanti a una Eluana che avesse mostrato segni di risveglio o di coscienza?
Nessuna prova concreta della volontà di Eluana
Ennesima deformazione della realtà: la volontà della giovane di esser fatta morire. Giornali e tivù e commentatori vari l’hanno sempre data per scontata e sicura, anzi del tutto certa e assunta, come per prima aveva fatto la Corte d’appello civile di Milano. Benché nemmeno esistesse una parvenza di qualsivoglia testimonianza scritta (poniamo anche solamente una sua lettera, per quanto di adolescente), ma ci fossero diverse asserzioni contrarie ignorate dai magistrati civili milanesi. E benché il Tribunale di Lecco, con decreto del 2 febbraio 2006, avesse dichiarato inammissibile il ricorso del padre e tutore Beppino Englaro, poiché non «legittimato, neppure con l’assenso della curatrice speciale, a esprimere scelte al posto o nell’interesse dell’incapace in materia di diritti e atti personalissimi». Chissà se per il procuratore Deidda questo decreto lecchese sia tanto «sentenza passata in giudicato» quanto quello della Corte d’appello milanese (che è addirittura successivo) e quindi non andasse «doverosamente eseguito».
Perché tante invenzioni?
A proposito infine della sacra «intangibilità» dei decreti che quasi tutti sbandieravano come dogma giuridico: proprio il pronunciamento del Tribunale di Lecco del febbraio 2006 venne riformato dieci mesi dopo proprio dalla Corte d’appello di Milano. A questo punto di irrisolte non rimangono neppure le mistificazioni stesse delle realtà, ma appena due questioni: perché abbiamo dovuto ascoltare tante 'invenzioni' e perché a diffonderle è stato spesso chi sapeva bene quanto fossero tali?
L'autopsia: Eluana era sana e forte
Detto che, a voler stilare l’elenco completo delle falsità ascoltate o lette in questa vicenda, non basterebbe un libro, partiamo dalla fine. Dall’autopsia, che ha 'svelato' come Eluana avesse la pelle intatta, nessuna piaga e pesasse poco meno di 53 chili. Le suore che l’hanno assistita per quindici anni (e altri autorevoli testimoni), del resto, hanno sempre raccontato quanto fossero buone le sue condizioni fisiche. E anche il suo neurologo Carlo Alberto Defanti – ancora un paio d’ore prima della morte, lunedì 9 febbraio – ripeteva come, «al di là della lesione cerebrale, Eluana è una donna sana, mai una malattia, mai un antibiotico, probabilmente resisterà più a lungo della media». Del resto un prestigioso quotidiano nazionale, qualche giorno prima, per descriverla parlava di «volto intatto, guance piene, occhi allungati, labbra rosa», spiegando che «è pur sempre bella anche oggi, soprattutto per la pelle, ancora bianca e distesa».
Mistificazioni mediatiche
Stesso prestigioso quotidiano che, sempre da Udine, la descriverà poi – in altri articoli – tanto scarnificata da pesare meno di 40 chili e col volto «piagato dalle lacerazioni che ai vecchi vengono sul sedere o sulla schiena, ma a lei anche in faccia». Più o meno lo stesso faceva un altro quotidiano nazionale altrettanto prestigioso. Un quadro lievemente migliore era stato quello ripetuto varie volte da una giornalista (entrata nella stanza a «La Quiete» il giorno prima della morte), secondo la quale Eluana «è irriconoscibile rispetto alle foto» (scattate venti anni prima, ndr), «completamente immobile» e con «le orecchie che hanno lesioni perché l’unica parte che non si poteva tutelare, deformate, di un colore scuro»: insomma, «una situazione devastante, un impatto emotivamente molto forte».
Mistificazioni mediche
Come dimenticare poi le parole del rianimatore Amato De Monte, capo dell’'équipe' che ha finito Eluana, appena sceso dall’ambulanza sulla quale l’aveva portata da Lecco a Udine? «Questa ragazza è morta diciassette anni fa. Mi sento profondamente devastato. Mi sono trovato davanti una persona completamente diversa dall’immaginario che ognuno di noi si era creato». Non credevano a quanto stavamo ascoltando, noi cronisti lì a Udine. Ed eravamo appena all’inizio di quei giorni. La reazione di suor Rosangela (che nella clinica lecchese per quindici anni ha curato, amato e accudito Eluana) a certe sorprendenti descrizioni? «Non è possibile. Come può essere cambiata così in otto giorni? Verranno pur fuori le cartelle cliniche: basterà andare a leggere l’ultimo bollettino di Defanti prima della partenza da Lecco». È bastata la ricognizione del corpo di Eluana all’inizio dell’autopsia, quella descritta sopra.
Sentenze e decreti
Altro capitolo degno d’attenzioni è quello legale. Nelle dichiarazioni, sui giornali e in tivù, non soltanto giornalisti e commentatori vari, e non soltanto Giuseppe Campeis, legale udinese di Beppino Englaro, parlavano di «sentenza» o «sentenza passata in giudicato», ma addirittura anche il procuratore di Udine Antonio Biancardi e il procuratore generale di Trieste Beniamino Deidda (e anche in questi casi stentavamo a credere). Salvo però trovare accuratamente riportato nei documenti ufficiali – come ad esempio il 'Protocollo' per far morire Eluana – che il pronunciamento della Corte di appello civile milanese era solo un «decreto del 25 giugno 2008», per autorizzare l’«interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale della signora Eluana Englaro». Differenza niente affatto formale e ancor meno sostanziale quella tra sentenze e decreti, visto che per questi ultimi, che sono provvedimenti di volontaria giurisdizione (cioè pronunciamenti d’un giudice non per comporre una lite, ma nell’interesse di uno o più soggetti; quindi il caso di Eluana), l’articolo 742 del Codice di procedura civile dispone che «possono essere in ogni tempo modificati o revocati». Dunque nulla a che vedere con una «sentenza passata in giudicato la cui esecuzione è doverosa», come invece si era affrettato a precisare il procuratore generale triestino la mattina di venerdì 6 febbraio. Domanda: ma la cosiddetta «sentenza» sarebbe stata «doverosamente da eseguire», poiché ormai «passata in giudicato», anche davanti a una Eluana che avesse mostrato segni di risveglio o di coscienza?
Nessuna prova concreta della volontà di Eluana
Ennesima deformazione della realtà: la volontà della giovane di esser fatta morire. Giornali e tivù e commentatori vari l’hanno sempre data per scontata e sicura, anzi del tutto certa e assunta, come per prima aveva fatto la Corte d’appello civile di Milano. Benché nemmeno esistesse una parvenza di qualsivoglia testimonianza scritta (poniamo anche solamente una sua lettera, per quanto di adolescente), ma ci fossero diverse asserzioni contrarie ignorate dai magistrati civili milanesi. E benché il Tribunale di Lecco, con decreto del 2 febbraio 2006, avesse dichiarato inammissibile il ricorso del padre e tutore Beppino Englaro, poiché non «legittimato, neppure con l’assenso della curatrice speciale, a esprimere scelte al posto o nell’interesse dell’incapace in materia di diritti e atti personalissimi». Chissà se per il procuratore Deidda questo decreto lecchese sia tanto «sentenza passata in giudicato» quanto quello della Corte d’appello milanese (che è addirittura successivo) e quindi non andasse «doverosamente eseguito».
Perché tante invenzioni?
A proposito infine della sacra «intangibilità» dei decreti che quasi tutti sbandieravano come dogma giuridico: proprio il pronunciamento del Tribunale di Lecco del febbraio 2006 venne riformato dieci mesi dopo proprio dalla Corte d’appello di Milano. A questo punto di irrisolte non rimangono neppure le mistificazioni stesse delle realtà, ma appena due questioni: perché abbiamo dovuto ascoltare tante 'invenzioni' e perché a diffonderle è stato spesso chi sapeva bene quanto fossero tali?
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