Zenit 26 marzo 2007
È stato presentato a Roma all’Irpps-Cnr il 22 marzo, il “Rapporto sulla popolazione italiana. L’Italia all’inizio del XXI secolo” (edito da Il Mulino), elaborato dal Gruppo di coordinamento per la demografia della Società Italiana di Statistica.
Il rapporto sostiene che l’Italia è tra i Paesi al mondo dove si fanno meno figli, dove si vive più a lungo coi genitori, dove sono maggiori la longevità e l’invecchiamento, e dove si cresce in numero solo grazie al contributo degli immigrati.
Saldo negativo tra nascite e morti
Secondo i dati raccolti ed elaborati dagli autori tra il 2002 ed il 2005 la popolazione è cresciuta in media di circa 440 mila unità l’anno, ma il saldo negativo tra nascite e morti è stato di circa 15 mila l’anno. La crescita è dovuta soprattutto all’iscrizione in anagrafe mediamente di 305 mila stranieri l’anno, dovuta alle regolarizzazioni collegate alla Legge “Bossi-Fini” e a nuove entrate immigratorie.
Il rapporto è stato curato da Giuseppe Gesano, dirigente di ricerca dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Consiglio nazionale delle ricerche, da Fausta Ongaro, ordinario di Demografia all’Università di Padova e da Alessandro Rosina, associato di Demografia all’Università Cattolica di Milano.
Soltanto con gli stranieri si riduce l’invecchiamento nazionale
Tra il 2002 ed il 2005 sono nati in Italia circa 170 mila bambini figli di madre straniera, che costituiscono poco meno dell’8% del totale delle nascite, percentuale che è in rapida crescita, così come lo è la popolazione straniera: inferiore allo 0,6 per cento nel 1991, quadruplicata al 2,3 per cento nel 2001, è oggi quantificata tra i 2,7 (4,5% dei residenti) ed i 3,5 milioni (6%), se si comprende una stima degli irregolari, con la quota più significativa nel Nord-est (6,6%).
Gli stranieri contribuiscono anche a ridurre l’invecchiamento nazionale: senza di loro, gli ultra 65enni avrebbe già superato il quinto della popolazione. La loro età media è di 31 anni, contro i 43 dei cittadini italiani, e la loro fecondità è doppia di quella italiana.
«La vitalità di una popolazione si misura dalla capacità di rinnovare se stessa»
Nel 2004, per le donne straniere il numero medio finale di figli è stimato in 2,61, mentre per le italiane è pari a 1,26. La minore incidenza di persone anziane determina che il tasso di mortalità tra gli stranieri sia circa dieci volte inferiore a quello italiano (1,2 per mille contro 10,1). Il professor Gesano ha spiegato che “dal punto di vista demografico, la vitalità di una popolazione si misura dalla capacità di rinnovare se stessa, cioè dal fatto che ciascuna generazione riesca a produrre, nel corso della sua vita feconda, un numero di figli pari almeno al suo ammontare”. Tuttavia, ha poi aggiunto, “ciò non avviene in Italia, da circa trent’anni, e se nel frattempo la popolazione ha continuato a crescere (debolmente) lo si deve alla struttura ereditata dal passato (ancora molte le persone in età riproduttiva) e all’allungamento della vita media (+8,2 anni per gli uomini e +7,5 per le donne)” e all’immigrazione dall’estero.
L’Italia è il paese d’Europa con più anziani
L’Italia è il Paese con la maggiore quota di popolazione anziana: le stime dell’Onu al 2005 danno gli ultra 65enni al 20% dell’intera popolazione, gli ultimi calcoli Istat 2006 al 19,8%. Agli inizi degli anni ‘90 la quota nell’Unione europea si aggirava ovunque intorno al 15%, con Italia e Spagna un po’ più ‘giovani’. Nel 2005 l’Italia ha superato la Germania ed è diventata prima per ‘grandi vecchi’ (over 80 intorno 5,1%). Nel futuro, il divario si accentuerà. La vita media delle donne è di oltre 83 anni, quella maschile oltre i 77.
Il ritardo nella formazione della famiglia
Circa il rallentamento dell’uscita dei giovani dalla famiglia solo in coincidenza o prossimità del matrimonio, Alessandro Rosina, dell’Università Cattolica di Milano, ha precisato che “nei soli dieci anni che vanno dal 1993 al 2003, nella cruciale fascia d’età tra i 25 ed i 34 anni, gli uomini che avevano una famiglia con figli sono scesi da uno su tre a uno su cinque, e le donne da oltre la metà a poco più di una su tre”. Negli ultimi trent’anni l’età media al primo matrimonio è infatti aumentata di 5,5 anni per le donne e di 4,2 per gli uomini, raggiungendo rispettivamente i 29,4 ed i 32,2 anni.
Nel frattempo, la maggior parte dei giovani non sposati continua a vivere coi genitori: il 38% del totale dei maschi 30-34enni e il 21% delle loro coetanee.
Il ritardo con cui si mettono al mondo i figli in Italia sarebbe quindi legato anche ai ritardi accumulati in tutto il processo di formazione di una propria famiglia: l’età media della donna alla nascita dei figli è di 30,8 anni (31,1 per le italiane e 27,4 per le straniere). A questo proposito Fausta Ongaro dell’Università di Padova ha scritto nel Rapporto che “si è accentuata la tendenza ad avere figli in età relativamente elevata. Nel 1995 i nati si dividevano pressoché equamente tra nati da donne con meno di trent’anni e nati da donne che avevano superato questa soglia; dieci anni dopo questo secondo gruppo diventa nettamente predominante (62 per cento)”.
Il cambiamento deve essere soprattutto culturale
In merito alle possibili politiche di sostegno alla famiglia necessarie per far uscire l'Italia dall'inverno demografico, il professor Giuseppe Gesano ha detto a ZENIT “che i premi in denaro non sembrano funzionare granché: al più, possono anticipare decisioni già prese”. “In fondo, se si vuole anticipare la formazione dei nuovi nuclei, la nascita del primo figlio e si vuole sollevare la riproduttività verso 1,8 figli per donna basta guardare a ciò che la laica Francia fa da tempo: creare una ambiente favorevole alle giovani coppie ed alla procreazione”, ha continuato il dirigente di ricerca dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps). “Il che vuol dire studio e lavoro; vuol dire asili nido; vuol dire anche sostegni economici per la famiglia ed i figli; ma vuol dire soprattutto responsabilizzazione e coinvolgimento di entrambi i genitori, una cultura della genitorialità e, più in generale, della vita in coppia che ancora latita in Italia”, ha poi osservato.
Il rapporto sostiene che l’Italia è tra i Paesi al mondo dove si fanno meno figli, dove si vive più a lungo coi genitori, dove sono maggiori la longevità e l’invecchiamento, e dove si cresce in numero solo grazie al contributo degli immigrati.
Saldo negativo tra nascite e morti
Secondo i dati raccolti ed elaborati dagli autori tra il 2002 ed il 2005 la popolazione è cresciuta in media di circa 440 mila unità l’anno, ma il saldo negativo tra nascite e morti è stato di circa 15 mila l’anno. La crescita è dovuta soprattutto all’iscrizione in anagrafe mediamente di 305 mila stranieri l’anno, dovuta alle regolarizzazioni collegate alla Legge “Bossi-Fini” e a nuove entrate immigratorie.
Il rapporto è stato curato da Giuseppe Gesano, dirigente di ricerca dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Consiglio nazionale delle ricerche, da Fausta Ongaro, ordinario di Demografia all’Università di Padova e da Alessandro Rosina, associato di Demografia all’Università Cattolica di Milano.
Soltanto con gli stranieri si riduce l’invecchiamento nazionale
Tra il 2002 ed il 2005 sono nati in Italia circa 170 mila bambini figli di madre straniera, che costituiscono poco meno dell’8% del totale delle nascite, percentuale che è in rapida crescita, così come lo è la popolazione straniera: inferiore allo 0,6 per cento nel 1991, quadruplicata al 2,3 per cento nel 2001, è oggi quantificata tra i 2,7 (4,5% dei residenti) ed i 3,5 milioni (6%), se si comprende una stima degli irregolari, con la quota più significativa nel Nord-est (6,6%).
Gli stranieri contribuiscono anche a ridurre l’invecchiamento nazionale: senza di loro, gli ultra 65enni avrebbe già superato il quinto della popolazione. La loro età media è di 31 anni, contro i 43 dei cittadini italiani, e la loro fecondità è doppia di quella italiana.
«La vitalità di una popolazione si misura dalla capacità di rinnovare se stessa»
Nel 2004, per le donne straniere il numero medio finale di figli è stimato in 2,61, mentre per le italiane è pari a 1,26. La minore incidenza di persone anziane determina che il tasso di mortalità tra gli stranieri sia circa dieci volte inferiore a quello italiano (1,2 per mille contro 10,1). Il professor Gesano ha spiegato che “dal punto di vista demografico, la vitalità di una popolazione si misura dalla capacità di rinnovare se stessa, cioè dal fatto che ciascuna generazione riesca a produrre, nel corso della sua vita feconda, un numero di figli pari almeno al suo ammontare”. Tuttavia, ha poi aggiunto, “ciò non avviene in Italia, da circa trent’anni, e se nel frattempo la popolazione ha continuato a crescere (debolmente) lo si deve alla struttura ereditata dal passato (ancora molte le persone in età riproduttiva) e all’allungamento della vita media (+8,2 anni per gli uomini e +7,5 per le donne)” e all’immigrazione dall’estero.
L’Italia è il paese d’Europa con più anziani
L’Italia è il Paese con la maggiore quota di popolazione anziana: le stime dell’Onu al 2005 danno gli ultra 65enni al 20% dell’intera popolazione, gli ultimi calcoli Istat 2006 al 19,8%. Agli inizi degli anni ‘90 la quota nell’Unione europea si aggirava ovunque intorno al 15%, con Italia e Spagna un po’ più ‘giovani’. Nel 2005 l’Italia ha superato la Germania ed è diventata prima per ‘grandi vecchi’ (over 80 intorno 5,1%). Nel futuro, il divario si accentuerà. La vita media delle donne è di oltre 83 anni, quella maschile oltre i 77.
Il ritardo nella formazione della famiglia
Circa il rallentamento dell’uscita dei giovani dalla famiglia solo in coincidenza o prossimità del matrimonio, Alessandro Rosina, dell’Università Cattolica di Milano, ha precisato che “nei soli dieci anni che vanno dal 1993 al 2003, nella cruciale fascia d’età tra i 25 ed i 34 anni, gli uomini che avevano una famiglia con figli sono scesi da uno su tre a uno su cinque, e le donne da oltre la metà a poco più di una su tre”. Negli ultimi trent’anni l’età media al primo matrimonio è infatti aumentata di 5,5 anni per le donne e di 4,2 per gli uomini, raggiungendo rispettivamente i 29,4 ed i 32,2 anni.
Nel frattempo, la maggior parte dei giovani non sposati continua a vivere coi genitori: il 38% del totale dei maschi 30-34enni e il 21% delle loro coetanee.
Il ritardo con cui si mettono al mondo i figli in Italia sarebbe quindi legato anche ai ritardi accumulati in tutto il processo di formazione di una propria famiglia: l’età media della donna alla nascita dei figli è di 30,8 anni (31,1 per le italiane e 27,4 per le straniere). A questo proposito Fausta Ongaro dell’Università di Padova ha scritto nel Rapporto che “si è accentuata la tendenza ad avere figli in età relativamente elevata. Nel 1995 i nati si dividevano pressoché equamente tra nati da donne con meno di trent’anni e nati da donne che avevano superato questa soglia; dieci anni dopo questo secondo gruppo diventa nettamente predominante (62 per cento)”.
Il cambiamento deve essere soprattutto culturale
In merito alle possibili politiche di sostegno alla famiglia necessarie per far uscire l'Italia dall'inverno demografico, il professor Giuseppe Gesano ha detto a ZENIT “che i premi in denaro non sembrano funzionare granché: al più, possono anticipare decisioni già prese”. “In fondo, se si vuole anticipare la formazione dei nuovi nuclei, la nascita del primo figlio e si vuole sollevare la riproduttività verso 1,8 figli per donna basta guardare a ciò che la laica Francia fa da tempo: creare una ambiente favorevole alle giovani coppie ed alla procreazione”, ha continuato il dirigente di ricerca dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps). “Il che vuol dire studio e lavoro; vuol dire asili nido; vuol dire anche sostegni economici per la famiglia ed i figli; ma vuol dire soprattutto responsabilizzazione e coinvolgimento di entrambi i genitori, una cultura della genitorialità e, più in generale, della vita in coppia che ancora latita in Italia”, ha poi osservato.





