
Cosa succede quando una banca presenta un rapporto dove spiega come investe i suoi soldi e dopo qualche giorno cambia dei termini tecnici molto specifici riguardo questi investimenti? E cosa succede quando questa banca è lo IOR?
Il Rapporto di sostenibilità 2024 dello Istituto per le Opere di Religione è il primo documento di questo tipo pubblicato dallo IOR. Presentato come uno strumento di trasparenza verso gli stakeholder, il report intende rendere conto dei criteri etici, sociali e ambientali che guidano l’attività di investimento dell’Istituto.
A una prima lettura, il documento conferma un impianto noto: investimenti coerenti con la Dottrina sociale della Chiesa, esclusione di settori incompatibili con la tutela della vita umana, attenzione ai profili ambientali e sociali. Ma un’analisi più attenta delle versioni del testo circolate nei primi 3 giorni rivela un elemento meno evidente eppure significativo: un cambiamento di linguaggio.
Non una modifica dei principi, bensì delle parole con cui quei principi vengono dichiarati.


Dal “limitare” al “non investire”: una scelta lessicale
Nel confronto tra una versione del report scaricata a inizio dicembre e quella più recente, emerge una differenza costante in alcuni passaggi chiave. Dove prima il testo affermava che lo IOR “limita” o “evita” l’investimento in determinati settori, ora la formulazione è diventata più netta: “non investe”.
La differenza può apparire sottile, ma nel linguaggio della finanza – e ancor più in quello della rendicontazione ufficiale – non lo è affatto.
“Limitare” implica una soglia, una valutazione caso per caso, una possibilità residua. “Evitare” suggerisce un orientamento forte, ma non assoluto. “Non investire”, invece, è una dichiarazione senza margini: indica un’esclusione esplicita, totale. È quanto accade, nella versione più recente del report, per ambiti particolarmente sensibili.
Vita umana e armi: da orientamento a esclusione dichiarata
Nei capitoli dedicati alla santità e al rispetto della vita umana, il testo oggi afferma che lo IOR non investe in società coinvolte nell’aborto, nella produzione di contraccettivi, nell’uso di cellule staminali embrionali o nella produzione e distribuzione di armi.
Nella versione precedente, la stessa scelta era descritta con il verbo “evita”. La sostanza non cambia: le attività restano incompatibili con i criteri etico-cattolici. Ma il passaggio a una formulazione più assertiva elimina qualsiasi ambiguità interpretativa. Per un osservatore esterno – investitori istituzionali, autorità di vigilanza, opinione pubblica – la differenza è rilevante: non si parla più di un orientamento etico, ma di una regola operativa.
Ambiente e dipendenze: il cambio più significativo
Il cambiamento più marcato riguarda due ambiti su cui, tradizionalmente, la finanza etica tende a muoversi con maggiore gradualità: ambiente e dipendenze.
Nella versione di dicembre, il report affermava che lo IOR “limita l’investimento” in attività con impatto ambientale negativo o legate a gioco d’azzardo, alcol e tabacco. Una formulazione che lasciava intendere l’esistenza di soglie, valutazioni proporzionali, criteri “best in class”.
Nel testo più recente, quella cautela scompare. Anche qui la formula è diventata: “l’Istituto non investe”.È un passaggio che merita attenzione. Non perché implichi necessariamente un cambio di strategia finanziaria – il report stesso parla di soglie e monitoraggi – ma perché cambia il modo in cui lo IOR decide di raccontare la propria politica di investimento.
Perché irrigidire il linguaggio?
Il documento non offre una spiegazione esplicita di questo cambio semantico. Ma alcune ipotesi, basate sul contesto, sono legittime.
La prima riguarda la trasparenza. In un’epoca in cui le dichiarazioni finanziarie sono spesso accusate di vaghezza o greenwashing, un linguaggio più netto riduce il rischio di interpretazioni ambigue.
La seconda riguarda la responsabilità istituzionale. Lo IOR non è un intermediario qualunque: il suo operato è osservato, scrutinato e spesso giudicato non solo sul piano economico, ma anche simbolico. In questo contesto, parole più chiare significano assunzione esplicita di responsabilità.
La terza riguarda il pubblico del report. Non è un documento interno, ma uno strumento rivolto a stakeholder internazionali, autorità di vigilanza e opinione pubblica. In questo quadro, la precisione lessicale diventa parte integrante della credibilità.

Stessi valori, parole più vincolanti
È importante chiarirlo: dal confronto dei testi non emerge un cambiamento dei valori di riferimento né un’inversione di rotta nei principi ispiratori. La Dottrina sociale della Chiesa resta il fondamento dell’intera politica di investimento.
Ciò che cambia è il grado di vincolo espresso dal linguaggio. Il passaggio da formule elastiche a formule assolute segnala una scelta comunicativa precisa: rendere più leggibile, meno interpretabile, più responsabilizzante ciò che prima poteva apparire come un orientamento generale.
In finanza, e ancor più nella finanza etica, le parole non sono mai neutre. Definiscono aspettative, delimitano perimetri, creano responsabilità. Il nuovo Rapporto di sostenibilità dello IOR lo dimostra in modo silenzioso ma evidente: a volte, il cambiamento più significativo non è nei numeri, ma nel modo in cui si decide di nominarli.





