Fame nel mondo: segnali di miglioramento ma 55 nazioni in gravi situazioni

di Marco Nozzoli, 4 maggio 2015

La fame nel mondo diminuisce ma il numero di persone afflitte da questa piaga resta estremamente alto. Questo, in estrema sintesi, è il dato che emerge dall’Indice Globale della Fame (o Global Hunger Index, GHI) 2014, il rapporto che viene sviluppato annualmente dall’International Food Policy Research Institute (IFPRI) in collaborazione con Welthungerhilfe e Concern Worldwide, partner europei del network di Alliance 2015. L’edizione italiana è curata da Cesvi che ha seguito le ultime 7 edizioni.

Il GHI è uno strumento che misura un fenomeno complesso come la fame ed è composto dalla media di tre indicatori: la percentuale di bambini sottopeso, il tasso di mortalità infantile sotto i 5 anni e la percentuale di popolazione che non ha accesso a una quantità adeguata di calorie. I dati relativi a questi indicatori sono ricavati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), dal Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF), da sondaggi demografici e sanitari nazionali, dall’Inter-agenzia delle Nazioni Unite per la stima della mortalità infantile e da stime IFPRI.

Il GHI 2014 è calcolato per 120 Paesi e prende in considerazione i dati disponibili dal 2009 al 2013. L’indice classifica i Paesi su una scala di 100 punti, dove 0 rappresenta il valore migliore (assenza di fame) e 100 il peggiore. Dei Paesi analizzati, 2 (Eritrea e Somalia) risultano in situazione estremamente allarmante, 14 in condizioni allarmanti e 39 gravi

Nonostante 805 milioni circa di persone siano ad oggi ancora denutrite, l’andamento storico del GHI evidenzia una progressiva diminuzione della fame. Infatti, nel periodo 1990-2014, l’indice riferito ai Paesi in via di sviluppo, è passato da 20,6 a 12,5. Questo è in larga parte dovuto ad un decremento della quota di bambini sottopeso con meno di 5 anni e della proporzione di denutriti nella popolazione.

L’Asia Meridionale e l’Africa sub-sahariana hanno il più alto punteggio GHI 2014, rispettivamente 18,1 e 18,2. Tuttavia, occorre rilevare che questi indici contengono comunque segnali di miglioramento; infatti, considerando il GHI 1990, il punteggio delle due aree si è ridotto rispettivamente del 41% e del 28%. Inoltre, in termini assoluti, l’Asia meridionale ha registrato il maggior calo del punteggio GHI dal 1990; la diminuzione di più di 5 punti dal 2005 è in gran parte attribuibile al successo nella lotta contro la denutrizione infantile. La diminuzione della fame è ancora più evidente nell’Asia orientale e sud-orientale e nell’America latino-caraibica, dove il GHI, sempre con riferimento allo stesso periodo, è diminuito rispettivamente del 54% e del 53%. Infine, anche nell’Europa orientale e nella Comunità degli Stati Indipendenti, il GHI 2014 ha fatto registrare un considerevole miglioramento pari al 51% rispetto al 1995.

Ogni anno il rapporto GHI, oltre ad aggiornare i dati sulla fame nel mondo, mette a fuoco un tema specifico che, per il 2014, è quello della fame nascosta. Si tratta di una forma di sottonutrizione che si verifica quando l’assunzione e l’assorbimento di vitamine e di minerali/microelementi sono troppo bassi per garantire buone condizioni di salute e sviluppo. Tale carenza, che colpisce più di 2 miliardi di persone nel mondo, impedisce loro di sopravvivere in condizioni accettabili, di divenire così membri produttivi della società e, di conseguenza, di contribuire allo sviluppo del proprio Paese. A tal proposito, il Presidente del Cesvi, Giangi Milesi, ha dichiarato: “Per sconfiggere la fame nascosta in modo sostenibile è necessario adottare un approccio multisettoriale che includa azioni su agricoltura, salute, acqua e servizi igienico-sanitari, protezione sociale, educazione ed emancipazione femminile”.

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