da un artico di Loretta Bricchi Lee, Avvenire, 11 novembre 2007, pag. 21
Il film
Romantico, a tratti drammatico, introspettivo, per molti è il film ‘cristiano’ dell’anno e un inno alla vita di rara efficacia. Si tratta di Bella, diretto da Alejandro Gomez Monteverde e appena uscito nelle sale cinematografiche americane. Un’opera singolare per almeno due aspetti: girata in tre settimane con un budget di appena tre milioni di dollari, nel 2006 ha conquistato a sorpresa il prestigioso «People’s Choice Award» del Festival di Toronto, vincendo la concorrenza di The Departed di Martin Scorsese e The Queen di Stephen Frears; inoltre non è nata nei soliti circuiti, ma nell’ambito del movimento Regnum Christi, braccio laicale della congregazione dei Legionari di Cristo, a cui fanno riferimento i tre fondatori della casa di produzione Metanoia Films.
La storia è ambientata nella New York di oggi. José (Eduardo Verástegui) vede interrompersi una carriera nel football professionistico, oltre che la serenità della vita di tutti i giorni, quando investe con la macchina e uccide una ragazza sbucata sulla strada. Rimasto presto senza soldi, abbattuto per la tragedia, finisce a lavorare come cuoco nel ristorante messicano di suo fratello Manny (Manuel Perez), nella Grande Mela. Lì assiste al brutale licenziamento, a causa dell’ennesimo ritardo, di una cameriera, Nina (Tammy Blanchard). José la segue fuori dal locale per offrirle conforto e viene a sapere che, senza un marito, Nina ha appena scoperto di essere incinta. E per questo sta pensando di abortire.
La giornata che José decide di passare con la ex collega si trasforma in un viaggio interiore alle radici del proprio dolore. L’amicizia che nasce quasi per caso cambierà nel giro di poche ore la vita di entrambi i protagonisti. Nina capisce con l’aiuto di José il valore del bambino che porta in grembo. José attraverso Nina coglie l’unicità della propria esistenza che si stava lasciando sfuggire fra delusione e rimorsi. Il finale dischiude il significato, fin lì incomprensibile, del titolo Bella. (…)
La storia di Eduardo: da Bradd Pitt messicano all’impegno pro-life
A rendere per alcuni il film ulteriormente accattivante è un elemento autobiografico che unisce il personaggio di José all’attore Eduardo Verástegui. Già cantante del gruppo di pop latino Kairo e fascinoso protagonista di soap opera in Messico, nel 2000 Verástegui tenta il successo a Miami, dove Jennifer Lopez lo chiama a recitare la parte dell’amante gitano nel videoclip di Ain’t So Funny.
Arrivano presto proposte di parti da recitare, per lo più in commedie leggere come Chasing Papi (2003), ma anche un senso di profonda insoddisfazione, che si tramuta in una vera e propria crisi esistenziale. Provocato dall’esempio del proprio insegnante privato di inglese, Verástegui si avvicina quindi alla fede cattolica.
L’incontro con un sacerdote dei Legionari di Cristo, padre Juan Rivas, attivo a Hollywood, e la lettura del libro Rome sweet home (traduzione italiana Roma dolce casa, edizioni Ares) dello scrittore cattolico Scott Hahn fanno il resto. Da lì, per il Brad Pitt messicano, idolo di migliaia di teenagers latinoamericane, inizia una nuova vita, anche professionale. Verástegui incontra prima il regista in erba Alejandro Monteverde, poi Leo Soverino, un avvocato della Fox Entertainment che resta incuriosito nel vedere quella sorta di muscoloso fotomodello che partecipa con fervore alla messa della sua parrocchia di Los Angeles. I tre decidono di fondare la Metanoia Films e di raccontare una storia fuori dai canoni commerciali, una storia «su come il dolore di due persone possa diventare la redenzione di entrambi – ha detto Monteverde – sull’amore come sacrificio di sé». E a loro si aggiunge, come produttore esecutivo, Steve McEveety, già produttore con Mel Gibson di Braveheart e La Passione di Cristo.
È così che nel 2004 nasce il progetto di Bella (…). Durante le fasi preliminari del film, l’attore si era recato in una clinica dove si praticavano aborti per poter studiare da vicino le emozioni di chi sta per compiere un gesto così fatale. Lì aveva fatto amicizia con una coppia messicana. Alcuni mesi più tardi, ha ricevuto una telefonata in cui padre e madre gli hanno chiesto il permesso di chiamare il bambino appena nato Eduardo.
Romantico, a tratti drammatico, introspettivo, per molti è il film ‘cristiano’ dell’anno e un inno alla vita di rara efficacia. Si tratta di Bella, diretto da Alejandro Gomez Monteverde e appena uscito nelle sale cinematografiche americane. Un’opera singolare per almeno due aspetti: girata in tre settimane con un budget di appena tre milioni di dollari, nel 2006 ha conquistato a sorpresa il prestigioso «People’s Choice Award» del Festival di Toronto, vincendo la concorrenza di The Departed di Martin Scorsese e The Queen di Stephen Frears; inoltre non è nata nei soliti circuiti, ma nell’ambito del movimento Regnum Christi, braccio laicale della congregazione dei Legionari di Cristo, a cui fanno riferimento i tre fondatori della casa di produzione Metanoia Films.
La storia è ambientata nella New York di oggi. José (Eduardo Verástegui) vede interrompersi una carriera nel football professionistico, oltre che la serenità della vita di tutti i giorni, quando investe con la macchina e uccide una ragazza sbucata sulla strada. Rimasto presto senza soldi, abbattuto per la tragedia, finisce a lavorare come cuoco nel ristorante messicano di suo fratello Manny (Manuel Perez), nella Grande Mela. Lì assiste al brutale licenziamento, a causa dell’ennesimo ritardo, di una cameriera, Nina (Tammy Blanchard). José la segue fuori dal locale per offrirle conforto e viene a sapere che, senza un marito, Nina ha appena scoperto di essere incinta. E per questo sta pensando di abortire.
La giornata che José decide di passare con la ex collega si trasforma in un viaggio interiore alle radici del proprio dolore. L’amicizia che nasce quasi per caso cambierà nel giro di poche ore la vita di entrambi i protagonisti. Nina capisce con l’aiuto di José il valore del bambino che porta in grembo. José attraverso Nina coglie l’unicità della propria esistenza che si stava lasciando sfuggire fra delusione e rimorsi. Il finale dischiude il significato, fin lì incomprensibile, del titolo Bella. (…)
La storia di Eduardo: da Bradd Pitt messicano all’impegno pro-life
A rendere per alcuni il film ulteriormente accattivante è un elemento autobiografico che unisce il personaggio di José all’attore Eduardo Verástegui. Già cantante del gruppo di pop latino Kairo e fascinoso protagonista di soap opera in Messico, nel 2000 Verástegui tenta il successo a Miami, dove Jennifer Lopez lo chiama a recitare la parte dell’amante gitano nel videoclip di Ain’t So Funny.
Arrivano presto proposte di parti da recitare, per lo più in commedie leggere come Chasing Papi (2003), ma anche un senso di profonda insoddisfazione, che si tramuta in una vera e propria crisi esistenziale. Provocato dall’esempio del proprio insegnante privato di inglese, Verástegui si avvicina quindi alla fede cattolica.
L’incontro con un sacerdote dei Legionari di Cristo, padre Juan Rivas, attivo a Hollywood, e la lettura del libro Rome sweet home (traduzione italiana Roma dolce casa, edizioni Ares) dello scrittore cattolico Scott Hahn fanno il resto. Da lì, per il Brad Pitt messicano, idolo di migliaia di teenagers latinoamericane, inizia una nuova vita, anche professionale. Verástegui incontra prima il regista in erba Alejandro Monteverde, poi Leo Soverino, un avvocato della Fox Entertainment che resta incuriosito nel vedere quella sorta di muscoloso fotomodello che partecipa con fervore alla messa della sua parrocchia di Los Angeles. I tre decidono di fondare la Metanoia Films e di raccontare una storia fuori dai canoni commerciali, una storia «su come il dolore di due persone possa diventare la redenzione di entrambi – ha detto Monteverde – sull’amore come sacrificio di sé». E a loro si aggiunge, come produttore esecutivo, Steve McEveety, già produttore con Mel Gibson di Braveheart e La Passione di Cristo.
È così che nel 2004 nasce il progetto di Bella (…). Durante le fasi preliminari del film, l’attore si era recato in una clinica dove si praticavano aborti per poter studiare da vicino le emozioni di chi sta per compiere un gesto così fatale. Lì aveva fatto amicizia con una coppia messicana. Alcuni mesi più tardi, ha ricevuto una telefonata in cui padre e madre gli hanno chiesto il permesso di chiamare il bambino appena nato Eduardo.
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