A rischio povertà chi ha più di tre figli

Tratto dal VII Rapporto sulla povertà e l’esclusione sociale di Caritas-FondazioneZancan, Roma 15/10/07
In Italia la povertà rimane stabile ma cresce il fenomeno delle famiglie sull’orlo dell’indigenza. Tra i fattori di rischio: numero dei figli e presenza di anziani. Queste le conclusioni del VII Rapporto sulla sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia curato dalla Caritas in collaborazione con la Fodazione Zancan e presentato il 15 ottobre scorso a Roma.

Le famiglie sull’orlo della povertà
Il rapporto parte dai dati dell’Istat secondo cui in Italia sono povere 2.636.000 di famiglie corrispondenti a 7.537.000 persone, cioè il 12,9% della popolazione, di cui due terzi vivono al Sud. L’Istat dice inoltre che questo dato è stabile da 5 anni. Ma il rapporto Caritas-Zancan sottolinea la novità: l’aumento delle famiglie che superano la soglia di povertà solo per un soffio (dai 50 ai 100 euro al mese). Sono famiglie che arrivano difficilmente a fine mese, che si indebitano e ricorrono ai centri assistenziali nonostante abbiano un reddito.

I figli: un fattore di rischio
Tra i fattori di rischio c’è l’allargamento familiare: avere tre figli da crescere  significa un rischio di povertà pari al 27,8%, e nel Sud questo valore sale al 42,7%. Il passaggio da 3 a 4  componenti espone 4 famiglie su 10 alla possibilità di essere povere. Appartenere a una famiglia  composta da 5 o più componenti aumenta il rischio di essere poveri del 135%, rispetto al valore medio  dell’Italia. Ogni nuovo figlio, dunque, costituisce per la famiglia, una crescita del  rischio.

Le famiglie numerose in Italia
L’Italia occupa uno degli ultimi posti al mondo per indice di natalità.  Andando a sviscerare i dati sulla povertà di fine 2005, si vede che se il 14,7% delle famiglie arrivava a fine mese  con molte difficoltà, queste difficoltà erano maggiori per: le famiglie con cinque o più componenti (22,5%) e per  quelle unipersonali (16,0%); le famiglie monoreddito (18,7%); le coppie con 3 o più figli (23,5%); le famiglie  monogenitoriali (19,4%). L’incapacità di sostenere una spesa necessaria ma imprevista riguardava il 28,9% delle  famiglie italiane e in particolare: le famiglie unipersonali (35,6%), anziani sopratutto, e quelle con cinque e più  componenti (33,5%); le famiglie monoreddito (37,8%); le famiglie con 2 minori (32,9%); quelle con un anziano  (33,3%).  

Anziani: altro fattore di rischio
Un altro fattore di rischio è la presenza di un anziano nella famiglia. Da un’incidenza media della povertà del 4,5% nel nord e del  6% nel centro, si sale rispettivamente al 6,3% e all’8% se nella famiglia è presente almeno un anziano.

La spesa sociale mal ripartita
Il rapporto analizza come è ripartita la spesa sociale del nostro Paese.  In Italia la spesa destinata all’assistenza sociale è di 44 miliardi e 540 milioni di euro, circa 750 euro pro  capite. Utilizziamo circa un quarto del Pil per la protezione sociale: si tratta di un impegno non indifferente, in  armonia con altri Paesi (Grecia 26,0%, Regno Unito 26,3%, Finlandia 26,7%), ma significativamente inferiore ad  Austria (29,1%), Belgio (29,3%), Germania (29,5%), Danimarca (30,7%), Francia (31,2%) e Svezia (32,9%).  Tuttavia, si registra la presenza di squilibri interni evidenti: più della metà della spesa sociale  (56,1%) è destinata alla voce «Pensioni in senso stretto e Tfr». Il resto è ripartito tra le voci «Assicurazioni del  mercato del lavoro» (6,6%), «Assistenza sociale» (11,9%), «Sanità» (25,4%).  Gran parte delle risorse vanno all’ultima fase della vita, e molto meno ai giovani e al sostegno delle  responsabilità familiari. In dieci anni sono aumentate le voci «Pensioni in senso stretto e Tfr» (dal 55,7 al  56,1%) e «Sanità» (dal 20,8 al 25,4%). Invece sono diminuite le voci «Assicurazioni del mercato del lavoro» (dal  9,0 al 6,6%) e «Assistenza sociale» (dal 14,6 all’11,9%), che ha subìto la contrazione maggiore.  

Poco intervento a livello locale
Questa spesa è inoltre gestita essenzialmente dallo Stato centrale mentre i comuni, a livello locale, gestiscono solo 5  miliardi e 11 milioni di euro, con un pro capite medio di 86,15 euro sui 750 euro totali. La parte restante, pari a circa 664 euro, è gestita dallo Stato o  da amministrazioni da esso controllate. Secondo Tiziano Vecchiato - direttore della Fondazione Zancan che ha curato il Rapporto – “vanno fatte scelte politiche coraggiose per trasferire progressivamente  questi fondi a livello regionale e locale, vincolando la loro gestione ad azioni prioritarie di contrasto alla povertà.  Attuando così non più politiche basate solo sul sostegno economico e i trasferimenti di reddito, ma su piani di  inserimento lavorativo e sociale con sostegno al reddito”.

Le proposte
Il Rapporto si conclude con una proposta di Piano nazionale di lotta alla  povertà, che si basa innanzitutto su due criteri. Il primo è passare da interventi basati unicamente su “trasferimenti monetari” al potenziamento dei “servizi” per un  migliore governo della quantità di risorse disponibili. Il secondo è passare da una gestione “centrale” delle risorse a una “decentrata” per una diretta responsabilizzazione delle parti regionali e locali che dovrebbero definire piani di azione di lotta alla povertà, dimensionando obiettivi e risorse in ragione dei risultati attesi nel proprio territorio.