di Marta Brancatisano, Il Foglio 12 febbraio 2008
La Chiesa cattolica ha una visione della donna e una antropologia – duale - che risponde a tutte le domande di fondo del nostro tempo e, grazie al suo carico di contenuto, non teme di affrontare le sfide che la cultura della tecnologia lancia verso l’umanità. Questo è quanto si apprende dal congresso “ Donna e Uomo, l’humanum nella sua interezza” che si è svolto a Roma dal 7 al 9 febbraio per celebrare i 20 anni di quello che è stato definito il documento più “nuovo” della storia della Chiesa.
Un documento storico
Nel 1988 (a 20 anni dal ’68) Giovanni Paolo II scrive una lettera sulla dignità della donna, la Mulieris Dignitatem; ottanta paginette per affrontare alla luce della Sacra Scrittura una questione allora, come ora, di scottante attualità. Se è vero che fin dal Concilio Vaticano II la Chiesa ha puntato il focus sull’uomo e sulle vicende di questa terra è anche vero che di donna (ad eccezione delle donne consacrate che hanno una ricca storia e una feconda presenza) non si è mai parlato se non come uno dei soggetti della famiglia.
Va ricordato che la disciplina sia giuridica che sacramentale del matrimonio cristiano ha affermato - per la prima volta al mondo - la assoluta parità del marito e della moglie, ma è anche noto che di volta in volta è stata la cultura corrente, quella mondana, a sopraffare il diritto canonico nella valutazione sociale della donna. Questo fino alla Mulieris Dignitatem, documento papale senza precedenti in duemila anni.
Giovanni Paolo II ha una spiegazione tanto convincente quanto pesante per questo silenzio: il messaggio evangelico contiene tutta la verità sull’uomo e sul mondo, ma noi facciamo fatica sia a comprenderlo che a viverlo, e fa l’esempio della schiavitù la cui scomparsa ha richiesto secoli di era cristiana.
Una disuguaglianza che completa
Poiché le 80 pagine della lettera sono estremamente ricche di annunci e dense di significati, mi limito ad accennare ai soli tre aspetti che mi sembrano costituire la struttura portante del discorso che Giovanni Paolo II sviluppa dalla lettura di Genesi e del brano di Matteo in cui Cristo parla del matrimonio. Soltanto poche righe, e il commento dell’autore non è che il primo sguardo su una prospettiva vertiginosa che richiederà forse l’impegno di più generazioni. Dai due racconti di Genesi sulla creazione dell’uomo e della donna Giovanni Paolo II mette in evidenza come l’essere umano è il vertice della creazione, punto di somiglianza con Dio non in sé ma in quanto unito all’altro in una relazione così totale da essere indicata da Dio stesso con la sua espressione visibile: ”una caro”. Uomo e donna, creati nella comune umanità, sono dotati di una disuguaglianza che è radice di completezza e desiderio di incontro. Dalla loro unione scaturisce il perfezionamento del loro essere e di conseguenza di tutta la creazione.
Comunione di vita
Che l’amore tra uomo e donna fosse ciò che “move il cielo e le altre stelle” lo sanno da sempre gli innamorati e i poeti, ma non gli antropologi, che si sono sempre occupati di questioni più serie.
Queste affermazioni fanno dell’amore personale tra uomo e donna non un semplice evento o un aspetto della loro esistenza quanto piuttosto la vera dimensione della loro umanità: uomo e donna uniti in una comunione di vita che li completa e li rende pienamente umani.
Così parole della Scrittura (siate fecondi) indicano la generatività dell’uomo verso la donna e viceversa come il passo costitutivo della loro pienezza quali esseri umani. A questa pienezza fa seguito la generatività procreativa (crescete, moltiplicatevi e riempite il mondo) come effetto e conseguenza della pienezza raggiunta nell’unione d’amore.
La sessualità, essere uomo e donna, non è un carattere accessorio o una mera funzione, ma carattere costitutivo, il modo di essere “essere umano” dell’uomo e della donna. Così c’è un modo di stare al mondo, di conoscere, lavorare, amare che è da donna e uno che è da uomo: una diversità che non discrimina ma perfeziona.
Il peccato originale complica il rapporto uomo-donna
Tutto lo splendido disegno divino del mondo e dell’umanità viene però “compromesso” da quel primo rifiuto di Dio che va sotto il titolo di peccato originale. Anche qui è significativo constatare che le conseguenze negative della scelta operata dalla prima coppia si appuntano proprio sul loro rapporto, rendendolo da quel momento faticoso e ambiguo: la differenza rischierà di separare, l’attrazione si muterà in avversione e l’aiuto a completarsi in opportunità distruttiva. Quel terribile versetto “verso tuo marito sarà il tuo istinto ma egli ti dominerà”, suona purtroppo cronaca più che profezia.
Nuovo uomo, nuova donna
E tuttavia per l’autore della Mulieris Dignitatem questa non è la fine della storia: c’è un modo per sanare la ferita e per rimettere in equilibrio l’unione di uomo e donna e con questa l’asse dell’universo. È il modo testimoniato dal nuovo uomo e dalla nuova donna, Cristo e Maria sua madre. Sappiamo che non è un modo, per così dire, facile e tranquillo ma la posta in gioco è l’amore e con esso la nostra stessa vita.
Un documento storico
Nel 1988 (a 20 anni dal ’68) Giovanni Paolo II scrive una lettera sulla dignità della donna, la Mulieris Dignitatem; ottanta paginette per affrontare alla luce della Sacra Scrittura una questione allora, come ora, di scottante attualità. Se è vero che fin dal Concilio Vaticano II la Chiesa ha puntato il focus sull’uomo e sulle vicende di questa terra è anche vero che di donna (ad eccezione delle donne consacrate che hanno una ricca storia e una feconda presenza) non si è mai parlato se non come uno dei soggetti della famiglia.
Va ricordato che la disciplina sia giuridica che sacramentale del matrimonio cristiano ha affermato - per la prima volta al mondo - la assoluta parità del marito e della moglie, ma è anche noto che di volta in volta è stata la cultura corrente, quella mondana, a sopraffare il diritto canonico nella valutazione sociale della donna. Questo fino alla Mulieris Dignitatem, documento papale senza precedenti in duemila anni.
Giovanni Paolo II ha una spiegazione tanto convincente quanto pesante per questo silenzio: il messaggio evangelico contiene tutta la verità sull’uomo e sul mondo, ma noi facciamo fatica sia a comprenderlo che a viverlo, e fa l’esempio della schiavitù la cui scomparsa ha richiesto secoli di era cristiana.
Una disuguaglianza che completa
Poiché le 80 pagine della lettera sono estremamente ricche di annunci e dense di significati, mi limito ad accennare ai soli tre aspetti che mi sembrano costituire la struttura portante del discorso che Giovanni Paolo II sviluppa dalla lettura di Genesi e del brano di Matteo in cui Cristo parla del matrimonio. Soltanto poche righe, e il commento dell’autore non è che il primo sguardo su una prospettiva vertiginosa che richiederà forse l’impegno di più generazioni. Dai due racconti di Genesi sulla creazione dell’uomo e della donna Giovanni Paolo II mette in evidenza come l’essere umano è il vertice della creazione, punto di somiglianza con Dio non in sé ma in quanto unito all’altro in una relazione così totale da essere indicata da Dio stesso con la sua espressione visibile: ”una caro”. Uomo e donna, creati nella comune umanità, sono dotati di una disuguaglianza che è radice di completezza e desiderio di incontro. Dalla loro unione scaturisce il perfezionamento del loro essere e di conseguenza di tutta la creazione.
Comunione di vita
Che l’amore tra uomo e donna fosse ciò che “move il cielo e le altre stelle” lo sanno da sempre gli innamorati e i poeti, ma non gli antropologi, che si sono sempre occupati di questioni più serie.
Queste affermazioni fanno dell’amore personale tra uomo e donna non un semplice evento o un aspetto della loro esistenza quanto piuttosto la vera dimensione della loro umanità: uomo e donna uniti in una comunione di vita che li completa e li rende pienamente umani.
Così parole della Scrittura (siate fecondi) indicano la generatività dell’uomo verso la donna e viceversa come il passo costitutivo della loro pienezza quali esseri umani. A questa pienezza fa seguito la generatività procreativa (crescete, moltiplicatevi e riempite il mondo) come effetto e conseguenza della pienezza raggiunta nell’unione d’amore.
La sessualità, essere uomo e donna, non è un carattere accessorio o una mera funzione, ma carattere costitutivo, il modo di essere “essere umano” dell’uomo e della donna. Così c’è un modo di stare al mondo, di conoscere, lavorare, amare che è da donna e uno che è da uomo: una diversità che non discrimina ma perfeziona.
Il peccato originale complica il rapporto uomo-donna
Tutto lo splendido disegno divino del mondo e dell’umanità viene però “compromesso” da quel primo rifiuto di Dio che va sotto il titolo di peccato originale. Anche qui è significativo constatare che le conseguenze negative della scelta operata dalla prima coppia si appuntano proprio sul loro rapporto, rendendolo da quel momento faticoso e ambiguo: la differenza rischierà di separare, l’attrazione si muterà in avversione e l’aiuto a completarsi in opportunità distruttiva. Quel terribile versetto “verso tuo marito sarà il tuo istinto ma egli ti dominerà”, suona purtroppo cronaca più che profezia.
Nuovo uomo, nuova donna
E tuttavia per l’autore della Mulieris Dignitatem questa non è la fine della storia: c’è un modo per sanare la ferita e per rimettere in equilibrio l’unione di uomo e donna e con questa l’asse dell’universo. È il modo testimoniato dal nuovo uomo e dalla nuova donna, Cristo e Maria sua madre. Sappiamo che non è un modo, per così dire, facile e tranquillo ma la posta in gioco è l’amore e con esso la nostra stessa vita.