Il figlio terminale. Una risposta operativa

di Andrea Monda, Il Foglio, 16 marzo 2007
Roma. “Emanuele, nostro figlio, è nato morto il 12 ottobre 2003, per trisomia 13. Questa è la sua storia...”. Così comincia la testimonianza di Annunziata e Maurizio. Un’ecografia al terzo mese di gravidanza segnala i  primi problemi, poi l’amniocentesi: “Ci hanno chiamato a casa per dirci che il bambino  aveva una malattia incompatibile con la vita”. Il medico consiglia l’aborto terapeutico,  ricorda Annunziata, “mi avrebbe indotto il  parto e quindi il bimbo sarebbe comunque  nato, ma non ce l’avrebbe fatta a vivere”.

Un aiuto per accompagnare la vita del proprio figlio
Poi c’è l’incontro con il professor Giuseppe Noia, specialista in medicina prenatale al Policlinico Gemelli di Roma, e da allora “la storia  ha cambiato colore. Ci siamo sentiti finalmente genitori e non incubatrici, ci siamo  sentiti amati e accolti e abbiamo trovato  qualcuno che ci aiutasse ad accompagnare  nostro figlio in questo difficile cammino della vita. Avevamo tutti contrari alla nostra decisione: genitori, amici, conoscenti, ma avevamo anche l’amore di Emanuele e di Dio, e  ci bastava per andare avanti.
Abbiamo sperato che tutto ritornasse in ordine miracolosamente ma Emanuele non ce l’ha fatta. Il  miracolo è stato la sua vita, anche se breve.  Emanuele è esistito ed esiste ancora”.  

A tutela della vita nascente
Una vicenda simile l’hanno vissuta Sabrina e Carlo Paluzzi, genitori di Giona (“lo abbiamo chiamato così perché è stato salvato  dalle acque”), e stavolta il miracolo è avvenuto. Pur essendo affetto da una malformazione gravissima (“ci era stato suggerito di  abortire”), Giona ce l’ha fatta. Oggi è un bambino di due anni e mezzo, con tutta la vitalità  della sua età. Dopo la sua nascita, Sabrina e  Carlo hanno deciso di creare l’associazione  La Quercia Millenaria e il Caft (centro d’assistenza al feto terminale), inaugurato lo  scorso novembre a Roma, alla presenza del  professor Noia e di padre Angelo Serra, genetista. “La Quercia Millenaria – spiega Sabrina Paluzzi – è nata per tutelare la vita nascente, per prendersi cura delle gravidanze  con problemi o malformazioni fetali e per offrire la consulenza dei migliori specialisti.  Sosteniamo la famiglia che sceglie di accompagnare il feto terminale fino all’esito naturale, e una grande rete di famiglie è a disposizione per sostenere questa scelta: coppie  che hanno voluto portare avanti gravidanze  patologiche, accompagnando con amore e dignità i loro bambini fino alla fine”.  
La maggior parte di queste coppie ha avuto altri figli, prima e dopo. Alcune delle loro  storie sono ora raccolte in un libro, “Il figlio  terminale. Risposte di amore straordinario all’ordinaria eutanasia prenatale” (si può richiedere a info@laquerciamillenaria.org).  

Le coppie in difficoltà vogliono più che altro essere accompagnate
Massimo Losito, docente di Bioetica dell’ateneo Regina Apostolorum, a sua volta passato  per questa prova, riconosce che “una cosa è leggere di queste cose sui testi di studio, un’altra è viverla”. Oggi è coordinatore del comitato scientifico del Caft: “Le donne che  si rivolgono alla nostra associazione si sentono smarrite, sole e senza speranza, di fronte all’assurdo di un feto destinato alla morte.  Parenti che non capiscono, medici che deludono: all’orizzonte sembra esserci solo un  calvario. Ma il più delle volte le coppie non  desiderano cambiare strada, vogliono solo  essere accompagnate”.
Losito ricorda, nella  sua vicenda personale, il commento del medico dopo l’ecografia: “Va interrotta la gravidanza. È un parassita, durerà per tutti i nove mesi”. E un altro medico che invece chiese: “È maschio: come lo chiamate?”. Dice  Losito che “quella della Quercia millenaria  è un’avventura cristiana, nel segno della più assoluta e scandalosa gratuità.
Mentre in Olanda i pediatri chiedono la soppressione dei neonati affetti da spina bifida, qui una  rete di famiglie si dedica al feto terminale.  Due parole che fanno rabbrividire molti cittadini occidentali benpensanti”.