Come correggere i vescovi e il Papa in modo corretto

di Redazione, 19 luglio 2022

Su internet, nelle pagine e nei blog a tema Chiesa Cattolica, è abbastanza comune leggere di utenti che si appellano a precedenti di illustri santi, come Caterina da Siena, per giustificare una critica o attacco a papa Francesco e alla Chiesa.

Ma la correzione dei vescovi, come tantissime altre cose (per esempio, la posizione della Chiesa sulle persone omosessuali), è ben spiegata e prevista dai documenti del magistero della Chiesa. Condividiamo parte dell’articolo pubblicato su Church Life Journal, su come correggere i vescovi e il Papa in modo corretto. 

La traduzione è di Gigliola Puppi. Per leggere l’intero articolo in cui si spiega come correggere correttamente i vescovi, scarica gratuitamente il PDF cliccando qui.

----------------------------------------------------------------------------------------------------

Quella che segue è una spiegazione di quella che è oggi la realtà canonica, soprattutto a seguito del recente aggiornamento del Codice al Libro VI (sanzioni penali), con particolare enfasi sulle ragioni filosofica e teologica delle sue disposizioni. Questo non rappresenta un resoconto storico completo sulla libertà di parola nella Chiesa o di ciò che potrebbe essere chiamato reato di parola, ma tenta semplicemente di descrivere la cornice per affrontare queste domande oggi. Prenderemo in considerazione anche le modifiche del 1 giugno 2021 ai canoni penali del Libro VI del Codice di Diritto canonico.

Principi fondamentali su come correggere i vescovi e il Papa

Prima di addentrarci nei particolari della legge, una breve spiegazione dei sottostanti  principi filosofici e teologici potrebbe essere utile. San Tommaso fornisce delle linee guida per affrontare la correzione dei prelati, separando ciò che chiama correzione come atto di carità e correzione come atto di giustizia (ST, II-II, q. 33, a. 3): 

Rispondo che, come detto sopra,  ci sono due tipi di correzione. La prima è un atto di carità, e tende principalmente a emendare il fratello colpevole mediante la semplice ammonizione. E tale correzione spetta a chiunque abbia la carità, sia egli suddito o prelato.

C‘è poi una seconda correzione che è un atto di giustizia, e nella quale si ha di mira il bene comune, che viene procurato non soltanto con l‘ammonizione, ma talora anche con la punizione, affinché gli altri per il timore siano distolti dalla colpa. E questa correzione spetta ai soli prelati, i quali hanno il compito non soltanto di ammonire, ma anche di correggere con la punizione

 In seguito conclude (ST, II-II, q. 33, a. 4): 

Rispondo che non spetta ai sudditi nei riguardi del loro prelato quella correzione che, mediante la coercizione della pena, è un atto di giustizia. Invece la correzione fraterna che è un atto di carità spetta a tutti nei riguardi di qualunque persona verso cui siamo tenuti ad avere la carità, quando in essa troviamo qualcosa da correggere. 

[...] nelle correzioni che i sudditi fanno ai loro superiori si deve rispettare il debito modo: essa cioè non va fatta con insolenza, né con durezza, ma con mansuetudine e con rispetto

San Tommaso sostiene che la correzione dei prelati non è assolutamente vietata, ma semplicemente che può essere fatta solo come atto di carità e non come atto di giustizia. [...] Invece di minacce o proteste, secondo san Tommaso, i laici dovrebbero piuttosto caritatevolmente avvertire o consigliare i prelati sui pericoli o torti affinché il prelato possa evitare un danno reale alla Chiesa e ai fedeli.

Il Canone 212, alla base della correzione dei vescovi

Sulla base di questi principi generali, possiamo passare alla legge così com'è oggi, che assume questi principi e li codifica. Il Canone 212, derivato direttamente da Lumen gentium §37, fornisce le basi per come devono avvenire nella Chiesa le dichiarazioni, la critica pubblica e la correzione. Il canone recita integralmente:

Can. 212 - §1. I fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa.

§2. I fedeli sono liberi di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri.

§3. In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l'integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l'utilità comune e la dignità delle persone.

È imperativo notare che il canone non descrive un diritto generico alla libertà di parola. Un diritto universale di criticare pubblicamente i prelati non si trova da nessuna parte nell'insegnamento della Chiesa o nella sua  storia, e questo è espresso nel canone, che inizia con l'obbedienza. Come regola generale, i fedeli laici sono chiamati all'obbedienza come mezzo per mantenere la comunione con la gerarchia e quindi la Chiesa. È giusto obbedire agli insegnamenti di un pastore (descritto più dettagliatamente nei cann. 749-755) e alle sue disposizioni per via della sua autorità. Come dice Lumen gentium §37:

I laici, come tutti i fedeli, con cristiana obbedienza prontamente abbraccino ciò che i pastori, quali rappresentanti di Cristo, stabiliscono in nome del loro magistero e della loro autorità nella Chiesa, seguendo in ciò l'esempio di Cristo, il quale con la sua obbedienza fino alla morte ha aperto a tutti gli uomini la via beata della libertà dei figli di Dio. Né tralascino di raccomandare a Dio con le preghiere i loro superiori, affinché, dovendo questi vegliare sopra le nostre anime come persone che ne dovranno rendere conto, lo facciano con gioia e non gemendo.

Si noti che in questo canone si usa genericamente “pastore” e si applica a tutti i pastori: dal proprio pastore diretto, il parroco, al pastore di una diocesi, il vescovo, al sommo pastore, il Papa, con obbedienza crescente per dignità.

Il canone procede poi al passo successivo che i fedeli devono compiere nel §2. Essi devono esprimere le loro preoccupazioni e desideri direttamente ai loro pastori. Questo è generalmente il mezzo più efficace con cui affrontare le proprie preoccupazioni, in quanto il pastore diretto è quello meglio in grado di rispondere con i propri insegnamenti o azioni.

Infine, nel §3, si indica il diritto e talvolta il dovere di far conoscere le proprie preoccupazioni al resto dei fedeli. Mentre questo è riconosciuto come un dovere, che richiede ai fedeli di esprimersi pubblicamente su determinate questioni, questo diritto di parola non è senza restrizioni. Da notare in particolare i modi in cui è limitato:

1. Deve riguardare il «bene della Chiesa». Cioè, nessuno ha il diritto di fare pettegolezzi pubblici o commenti ad hominem sui pastori o sulla loro vita personale che non hanno nulla a che vedere con la gestione della Chiesa.

2. Deve essere fatto da coloro che hanno "adeguata conoscenza, competenza e prestigio". Nonostante il rapido aumento delle informazioni nel mondo, l'effettiva conoscenza dei fatti è spesso carente, in particolare tra coloro che parlano di più. Quando uno parla pubblicamente, il suo obbligo è elevato e dovrebbero essere fornite assicurazioni che i commenti sono effettivamente veri e non solo per sentito dire. Inoltre, quando si parla pubblicamente, specialmente in modo da condannare un pastore o un prelato per un errore teologico o amministrativo, non dovrebbe essere fatto senza adeguata formazione e competenza in un determinato campo. Troppo spesso, e contrariamente al canone 212, le persone si erigono a esperti in campi in cui hanno solo conoscenze da salotto. Inoltre, quando questa conoscenza o competenza sia  effettivamente posseduta, si dovrebbe comunque parlare con umiltà, riconoscendo che la competenza non sempre protegge dall'errore.

3. Può essere fatto solo «senza pregiudizio dell'integrità della fede e della morale». Quando uno parla pubblicamente, specialmente riguardo alla fede e alla morale, deve farlo essendo certo che quanto viene detto è teologicamente e moralmente valido. Molto spesso i prelati sono condannati per posizioni del tutto in linea con l’insegnamento della Chiesa, e queste ingiustificate condanne possono creare grave confusione e scandalo tra i fedeli. Il canone 212 non fornisce alcuna difesa per questo comportamento.

4. Deve essere fatto con “rispetto verso i  pastori”. Il canone non permette attacchi personali, al vetriolo o vendicativi ai prelati. Il discorso pubblico qui previsto è uno fatto con rispetto delle posizioni in questione, “con riverenza e carità verso coloro che in ragione del loro sacro ufficio rappresentano la persona di Cristo”. LG §37. La calunnia (dire falsità su una persona) è sempre peccato e talvolta un crimine (cfr can. 1390), e la denigrazione (rendere pubbliche le mancanze e  colpe altrui) è spesso un peccato, a meno che non serva a un legittimo fine. Peccati come questi cadrebbero immediatamente al di fuori dei diritti descritti nel canone 212.

5. Si faccia in modo “attento al bene comune e alla dignità di persone”. Forse la più interessante delle restrizioni, rileva che il discorso pubblico dovrebbe essere fatto solo in modo da non turbare il bene comune (o vantaggio/beneficio comune) della società cristiana e la dignità dei suoi membri. Questo si collega bene con il primo requisito di cui sopra, ma concerne più in generale la natura propria dell'atto umano pubblico;  mirato cioè al bene comune e non al vantaggio personale (soprattutto monetario) di un individuo.

Per leggere l’intero articolo in cui si spiega come correggere correttamente i vescovi, scarica gratuitamente il PDF cliccando qui. Se ti è piaciuto l'articolo condividilo su Facebook e Twitter, sostieni Documentazione.info. Conosci il nostro servizio di Whatsapp e Telegram?