
Pensioni, nel 2025 abbiamo speso 371 miliardi: il 16,4% del PIL
Nel 2025 in Italia sono stati erogati circa 371 miliardi di euro in pensioni. In pratica, una cifra equivalente a più di un sesto di tutto il PIL italiano. E il problema è che, secondo le previsioni, il momento più difficile deve ancora arrivare.
Il dato arriva dal XXV Rapporto annuale dell’INPS, presentato nel luglio 2026: alla fine del 2025 in Italia c’erano circa 16,4 milioni di pensionati e l’importo lordo complessivo dei redditi pensionistici aveva raggiunto i 371 miliardi di euro, contro i 364 miliardi dell’anno precedente. Il reddito pensionistico medio lordo mensile era di circa 1.885 euro.
Per capire l’ordine di grandezza basta confrontare questa cifra con il PIL italiano, che nel 2025 è stato di circa 2.258 miliardi di euro: 371 miliardi equivalgono al 16,4% del PIL.
Attenzione però: non significa che lo Stato abbia materialmente pagato 371 miliardi di pensioni. Il dato INPS fotografa l’ammontare complessivo dei redditi pensionistici erogati; inoltre, a seconda della definizione utilizzata, le statistiche sulla “spesa pensionistica” possono cambiare. La Ragioneria generale dello Stato, utilizzando un perimetro diverso e confrontabile nel tempo, colloca per esempio la spesa pensionistica al 15,2% del PIL nel 2025.
Quanto mette lo Stato nell’INPS?
Anche qui bisogna fare attenzione ai numeri.
Nel 2025 l’INPS ha registrato 294 miliardi di euro di entrate contributive e circa 165 miliardi di trasferimenti correnti provenienti dalla fiscalità generale.
Per capire l’ordine di grandezza, nel 2025 le spese finali dello Stato italiano sono state circa 903 miliardi di euro. I 165 miliardi trasferiti all’INPS dalla fiscalità generale equivalgono quindi a oltre il 18% dell’intera spesa finale dello Stato: quasi un euro ogni cinque. Se invece li confrontiamo con le entrate finali dello Stato, pari a circa 783 miliardi, il rapporto supera il 21%. Questi trasferimenti, però, non possono essere considerati semplicemente il “buco delle pensioni”: servono a finanziare anche prestazioni assistenziali, sgravi contributivi e altre misure che lo Stato affida all’INPS. Tanto che il bilancio consuntivo dell’Istituto per il 2025 si è chiuso con un risultato economico positivo di 4,5 miliardi di euro.
La questione, quindi, è più complessa di un semplice confronto tra entrate e uscite. Ma il peso delle pensioni sui conti pubblici italiani resta eccezionalmente elevato.
E il picco deve ancora arrivare
Secondo le ultime previsioni della Ragioneria generale dello Stato analizzate dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica, il rapporto tra spesa pensionistica e PIL dovrebbe salire dall’attuale 15,2% fino a circa il 17% nel 2040.
Il motivo è soprattutto demografico: nei prossimi anni andranno in pensione le generazioni numerose del baby boom, mentre diminuirà il numero dei lavoratori. Entro il 2050 il rapporto tra numero di pensioni e redditi da lavoro potrebbe arrivare a 0,95: quasi una pensione per ogni lavoratore.
Dopo il 2040 la spesa dovrebbe progressivamente diminuire, fino a circa il 14% del PIL nel 2070. Ma c’è un’incognita: queste previsioni presuppongono una crescita della produttività italiana molto superiore a quella registrata negli ultimi anni, oltre a un aumento dell’occupazione e della natalità. Non esattamente risultati scontati.
Siamo il Paese che spende di più
Il confronto internazionale è ancora più significativo.
Nel 2023 la spesa pensionistica pubblica italiana era pari al 15,5% del PIL, il valore più alto tra tutti i Paesi OCSE, contro una media dell’8,8%. Anche considerando soltanto la componente strettamente previdenziale, l’Italia rimane al primo posto nell’Unione europea.
Non dipende soltanto dal numero dei pensionati. In Italia si vive a lungo anche dopo aver lasciato il lavoro: l’aspettativa di vita al momento del pensionamento è di circa 20,7 anni per gli uomini e 25 anni per le donne, superiore alla media OCSE.
Inoltre, il rapporto tra pensione media e stipendio medio è particolarmente elevato: nel 2023 era del 69% in Italia, secondo valore più alto nell’Unione europea dopo la Grecia, contro una media europea del 43%.
Eppure andiamo in pensione sempre più tardi
Nel frattempo l’età effettiva di pensionamento continua a salire. Nel 2025 era arrivata a 64 anni e 10 mesi: rispetto al 1995 è aumentata di 7 anni e 3 mesi.
Dunque il problema non si può ridurre semplicemente all’idea che “in Italia si va in pensione troppo presto”. Il nodo è l’incrocio tra invecchiamento della popolazione, pochi lavoratori rispetto ai pensionati, crescita economica debole e trattamenti pensionistici storicamente più generosi rispetto ad altri Paesi.
Oggi le pensioni assorbono già una fetta enorme della ricchezza prodotta dal Paese. E, se le previsioni demografiche saranno confermate, nei prossimi quindici anni quella fetta è destinata ad aumentare ancora.
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